"L'uomo in rivolta" è un saggio di Albert Camus pubblicato nel 1951. Esso  si collega idealmente a " Il mito di Sisifo" pubblicato nel 1942, in cui l'autore trattava principalmente, attraverso il tema del suicidio, della natura assurda dell'esistenza.


"L'uomo in rivolta" è diviso in cinque parti principali, che trattano lo spirito, lo sviluppo e l'espressione della rivolta: l'uomo ribelle; rivolta metafisica; rivolta storica; rivolta e arte; il pensiero meridiano. Camus studia in successione le concezioni di Lucrezio, Epicuro, Sade, dei Dandies, Vigny, Dostoievski, Nietzsche, Stirner, Marx, i surrealisti, Rousseau, Saint-Just, Hegel, de Maistre ed affrontata la dialettica tra "padrone" e "schiavo", oltre che la rivoluzione marxista, l'ateismo e l'antiteismo di certi filosofi e, soprattutto, la natura ascetica della rivolta.

"Cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi." In apparenza c'è un limite alla rivolta, tuttavia, la rivolta è un diritto. La rivolta nasce da una perdita nella capacità di sopportazione. È movimento ed è quindi azione. È definita dal "Tutto o niente" e dal "Tutti o Nessuno". Innanzitutto quindi sottopone l'idea di uguaglianza come posizione di parità tra padrone e schiavo. Il limite insito in se stesso è che la rivolta impone questa uguaglianza, il che spesso si traduce in un'inversione dei ruoli. L'uomo in rivolta non è l'uomo del risentimento, cioè non sguazza nel proprio con odio o nel disprezzo. La rivolta dà origine a valori. Infatti, "per essere, l'uomo deve ribellarsi". La rivolta estirpa l'uomo dalla solitudine perché è collettiva, è "l'avventura di tutti" . Tuttavia, sperimentare la ribellione significa sperimentare l'isolamento. I miti di Prometeo, Achille, Edipo e Antigone, sono archetipi di antiche rivolte e lo è anche la rivolta di Spartaco. La rivolta è spesso legittima, è la più pura espressione di libertà e sembra avere il volto della speranza. La rivolta impone una tensione, quindi rifiuta formalmente il conforto della tirannia o della servitù. Il rivoluzionario ha la volontà di "trasformare il mondo" (Marx) mentre il ribelle vuole "cambiare la vita" (Rimbaud).

La rivolta tuttavia può far vivere il paradosso di negare la libertà per affermare l'uguaglianza (regimi totalitari, rapporto tra rivoluzionari e masse...). In questo paradosso la rivolta più felicemente attuabile è quella del "creare", "rivolta" quindi è da intendersi come un atto creativo, ricerca positiva, che mira alla giusta misura di una vita in cui le regole che limitano la libertà siano accettabili al fine di garantire un buon grado di giustizia, una misura esistenziale tra il sentire dell'uomo e l'irrazionale del mondo.