"Le serve"  è un'opera teatrale di Jean Genet, la cui prima rappresentazione si è svolta nel 1947. Tragici e violenti, i suoi personaggi e le circostanze del suo dramma immaginario, hanno molte somiglianze con il caso delle sorelle Papin, un incidente sanguinoso che era realmente avvenuto nel 1933 in Francia.

Claire e Solange sono due sorelle, due domestiche al servizio di una signora benestante. Ogni volta che la signora esce di casa le due sorelle recitano a turno il ruolo della padrona e della serva; chi delle due interpreta la serva non mette in scena se stessa, bensì l'altra sorella. Questo rituale, eseguito nella camera della signora, rappresenta l'ambiguità affettiva nei confronti della loro padrona: amata, ammirata, e insieme invidiata e odiata. Le due serve ne indossano i gioielli, i vestiti più belli, ne imitano la voce e i comportamenti che ogni giorno subiscono, e sognano con invidia di poterli vivere al posto della padrona. Nella loro rappresentazione esibiscono la loro femminilità sensuale, insana e crudele. Vittime dell'adorazione e dell'odio verso la loro padrona, con la loro recita, sfogano la loro frustrazione verso la signora fino a rappresentare l'atto di ucciderla.

Un giorno, avendo denunciato l'amante della signora con delle lettere anonime, e venendo a sapere che questi sarà presto rilasciato, si rendono conto che il loro tradimento verso la signora sarà facilmente scoperto ed è allora che la finzione e la realtà, nella loro mente turbata, iniziano a "confondersi". Preparano una tazza di tisana avvelenata e tentano di farla bere alla signora, ma il tentativo fallisce. A questo punto provano a eliminarsi a vicenda.

Alla fine Chiara, sempre interpretando la signora, provoca Solange nel loro gioco di dominio,  fino a indurla a darle la tisana avvelenata. Solange, come scriverà Jean-Paul Sartre nell'introduzione del dramma, immaginando che la polizia prenderà quel gesto come un omicidio, "ebbra di gloria, tenta di innalzarsi con la pompa degli atteggiamenti e delle parole fino al magnifico destino che l'aspetta:"  La donna si prepara cioè consapevolmente alla sua fine, incatenandosi, nell'attesa della polizia.

Uno degli aspetti più rilevanti di quest'opera, è il fatto che le due serve mettono in scena, al contempo, l'omicidio simbolico della signora e il suicidio (sul piano della realtà scenica). Il finale rivela, in altre parole, un atto sadico e masochistico allo stesso tempo, basato sul fatto che non vi è più distinzione tra la loro realtà di serve e la loro finzione di relazione padrona-serva. Persa la possibilità di uccidere la signora nella loro realtà di serve, piuttosto che fuggire (come a tratti ipotizzano), decidono di ucciderla nella loro recita "simbolica" risolvendo la questione del tradimento con il suicidio e l'incarcerazione. La finzione diviene la loro realtà e all'interno di essa i due personaggi delineano la soluzione più tragica.

Jean-Paul Sartre, nell'introduzione al dramma spiega che Genet avrebbe voluto che il testo fosse recitato da dei giovinetti al fine di rappresentare la femminilità senza alcuna presenza di realtà femminili in scena (le attrici sono necessariamente di sesso femminile...), Genet avrebbe cioè voluto rappresentare non già un caso particolare di due "reali" serve che desiderano varcare i confini della loro umile classe sociale divenendo esse stesse "la signora", bensì  il caso generale di tutte le possibili serve (rappresentate simbolicamente da due giovinetti) da cui fosse possibile astrarre l'idea della "servitù" come categoria. Più in generale quindi la condizione di servitù (creata dall'esistenza della "signora"), così come la condizione dei "negri" (creata dall'esistenza dei sudisti americani), mirava ad essere rappresentata ben aldilà delle due "serve" e ad abbracciare tutti gli oppressi, gli emarginati, i diversi.

Alla luce di queste ultime considerazioni, alla luce del meditato slittamento delle realtà nella finzione, e, di contro, dei rimandi allo spostamento dai simboli alla realtà, per la quantità di inferenze presenti nel dramma, esso si rivela, a mio avviso. di grande complessità e di estremo attuale interesse, anche alla luce della conclusione della citata introduzione all'opera teatrale, dalla quale, secondo Sartre, si può astrarre che: "...nel linguaggio del Male: il Bene non è che un'illusione; il Male è un Niente che produce se stesso sulle rovine del Bene."

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